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Pogačar è il più grande di sempre e, forse, il ciclismo ha un problema...

Immagine del redattore: Stefano Martignoni
Stefano Martignoni
24 ago
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 9 set

immagine AI di pogacar generata per simboleggiare il suo potere come imperatore su tutti i grandi giri

Dopo tre tappe, la Vuelta sembra già decisa e, con il conforto delle quotazioni dei bookmaker di mezzo mondo, la probabilità che Tadej Pogačar la faccia sua sono altissime. Lo sloveno potrebbe già essere il più grande ciclista di sempre e la nostra provocazione è meno azzardata di quanto sembri. Proprio per questo il ciclismo contemporaneo si trova davanti a un curioso paradosso: il corridore più spettacolare dell'epoca è, al contempo, quello che rischia di rendere più prevedibili le corse.

In tutti gli sport ci sono sempre stati momenti in cui la prospettiva è cambiata e, per il ciclismo, uno di questi momenti è arrivato con Tadej Pogačar.A 27 anni, lo sloveno si presenta alla Vuelta a España 2026 con cinque Tour de France, un Giro d'Italia, due titoli mondiali, cinque Lombardia, quattro Liegi-Bastogne-Liegi, tre Giri delle Fiandre e, finalmente, anche la Milano-Sanremo. Nel luglio scorso ha conquistato per la quinta volta la Grande Boucle, entrando nello stesso club di Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain.

Adesso prova a chiudere il cerchio con la Vuelta. Se dovesse riuscirci, diventerebbe il nono corridore della storia a vincere tutti e tre i Grandi Giri. Una statistica enorme, ma quasi riduttiva rispetto alla dimensione del personaggio.Tadej ha infatti smesso da tempo di essere soltanto un grande vincitore di corse a tappe e si è evoluto nel corridore da battere praticamente ovunque.

Il confronto con Merckx comincia a stare stretto

Tirare in ballo Eddy Merckx è scontato e inevitabile. Il belga ha rappresentato per decenni il metro di misura assoluto: Tour, Giro, Mondiali, classiche, vittorie in numeri assurdi. Il Cannibale ha occupato il ciclismo come nessun altro prima - e dopo - di lui.

Oggi, però, Pogačar sta costruendo una carriera che rende il confronto tutt'altro che sacrilego. E lo sta facendo in un'epoca completamente diversa.

Il ciclismo contemporaneo è estremamente specializzato, scientifico, competitivo. Preparazione, alimentazione, marginal gains, analisi dei dati, materiali, squadre, scouting e controllo della prestazione hanno portato il livello medio dei professionisti a una dimensione mai raggiunta prima.

Dentro questo sistema Tadej riesce a vincere praticamente dappertutto. È capace di giocarsi una Monumento sul Poggio, il Fiandre sul Kwaremont, una cronometro, una salita alpina, una classifica generale di tre settimane.

Spesso è lui stesso a trasformare una gara in qualcosa di completamente diverso. Alla Milano-Sanremo 2026 è caduto, è rientrato, ha attaccato sulla Cipressa e poi ha vinto in volata. Al Fiandre ha nuovamente trasformato il Kwaremont nel luogo della sentenza.

Questa è la parte meravigliosa e il paradosso.

Il film è bellissimo. Il finale lo conosciamo già?

Immaginiamo di essere al cinema. Il film è straordinario. La fotografia è spettacolare, gli attori sono di prima grandezza, la trama è piena di colpi di scena. Però...

Però, siamo quasi certi di sapere come andrà a finire: l'assassino sarà il maggiordomo (e a passare per primo sotto lo striscione sarà Pogačar).

Ma questo è davvero il "problema"? Il ciclismo non è diventato meno spettacolare da quando è arrivato lo sloveno. Anzi, per molti versi è successo esattamente il contrario.

Le corse si accendono prima. Gli attacchi sono più lunghi. I corridori più forti prendono rischi maggiori. Le strategie delle squadre sono messe sotto pressione. Il gruppo non può più aspettare tranquillamente gli ultimi chilometri perché Tadej potrebbe decidere di trasformare una corsa in una selezione generale a cinquanta, sessanta o settanta chilometri dall'arrivo.

Pogačar è imprevedibile nelle azioni e prevedibile nel risultato ed è probabilmente questa la definizione più precisa del suo dominio.

Non sappiamo quando attaccherà, ma sappiamo abbastanza bene che prima o poi lo farà. E, soprattutto, sappiamo che, quando lo farà, gli altri dovranno trovare una risposta che fino a quel momento nessuno è riuscito davvero a trovare.

Il paradosso è che gli avversari sono fortissimi

La cosa straordinaria è che Pogačar non sta costruendo il proprio mito in un'epoca di comparse.

Dall'altra parte ci sono Jonas Vingegaard e Remco Evenepoel, due corridori capaci di vincere il Tour e di dominare un Grande Giro. C'è Mathieu van der Poel, probabilmente il suo rivale naturale nelle Monumento e uno dei pochissimi in grado di reggere certe accelerazioni (abbiamo negli occhi ancora il suo capolavoro sugli Champs Elysees, al Tour). Ci sono Wout van Aert, che lo ha beffato alla Roubaix, Tom Pidcock, Primož Roglič, quattro volte vincitore della Vuelta. Ci sono Richard Carapaz, João Almeida, Felix Gall, Mattias Skjelmose e una generazione di giovani, che continua a produrre corridori di altissimo livello, come Ayuso, Del Toro e Seixas.Eppure, quando Pogačar decide che quella è la sua giornata, la domanda che ci facciamo noi seduti sul divano e i ciclisti del gruppo è una sola: quanto tempo gli ci vorrà per seminare tutti?

A ben vedere, c'è una grande differenza rispetto al concetto classico di dominatore. Se il dominatore controlla, Pogačar spesso annienta. Non è il campione che aspetta che gli altri sbaglino, li costringe a reagire, superando il proprio limite e li sfianca.Forse proprio questa è la ragione per cui il pubblico continua ad amarlo, anche quando il risultato appare scritto.

La Vuelta è il test perfetto

Sotto questo aspetto, la Vuelta 2026 rappresenta un esperimento quasi perfetto. Pogačar arriva dopo aver stravinto il Tour e affronta una corsa che non disputa dal 2019, quando aveva appena vent'anni e chiuse terzo, vincendo tre tappe. Oggi, torna in Spagna con un altro status e con un obiettivo enorme: conquistare l'unico Grande Giro che manca alla sua collezione.

Il paradosso è che proprio questa Vuelta potrebbe essere una delle corse meno prevedibili della sua carriera.

Perché arriva dopo il Tour, perché la Vuelta è lunga e durissima, perché ci sono quasi 58.000 metri di dislivello, perché Pogačar stesso ha parlato della necessità di correre con intelligenza e di capire, progressivamente, la propria condizione.

E perché, soprattutto, il ciclismo mette sul piatto qualcosa che nessun dato può ancora completamente controllare: la fatica. Forse questa è l'unica, vera, incognita rimasta.

Il ciclismo ha bisogno di Pogačar. E ha bisogno di qualcuno che lo batta

Se Pogačar è la cosa migliore che sia successa al ciclismo negli ultimi decenni, potrebbe contemporaneamente essere anche il suo più grande problema.

Lo sport vive sì di protagonisti, però vive anche del dubbio, il più grande nemico della noia. Il dubbio che il favorito possa perdere, che qualcuno possa inventarsi qualcosa per batterlo.E con Pogačar questo dubbio è concreto (citofonare van Der Poel, van Aert ed Evenepoel, giusto per fare tre nomi).

La sua presenza cambia il modo in cui guardiamo una corsa. Se prima ci chiedevamo chi avrebbe vinto, oggi, spesso, ci chiediamo come Pogačar riuscirà a vincere.

Posiamo anche interpretarla come una diversa forma diversa di suspense, forse persino più sofisticata: sappiamo che il protagonista è quasi sempre lo stesso, però non sappiamo quale sarà la scena decisiva.

Questo è il film di Pogačar e, finora, è un film bellissimo.

Prima o poi serve un colpo di scena

Anche il pubblico più appassionato ha bisogno, ogni tanto, di vedere il protagonista in difficoltà. Non tanto per ridimensionarlo, quanto per renderlo ancora più grande (e più simpatico).

Merckx diventò Merckx anche perché esistevano Gimondi, Ocana, Thévenet, Zoetemelk, Maertens e tanti altri capaci di metterlo in difficoltà. Pogačar ha già Vingegaard, Van der Poel, Evenepoel, oltre ai giovanissimi emergenti. Una generazione di campioni che non ha nulla da invidiare a molte epoche precedenti. Però, almeno finora, la somma dei rivali non è stata spesso sufficiente.

A questo punto, la domanda è inevitabile: stiamo vivendo l'epoca del più grande ciclista di tutti i tempi oppure quella del più grande corridore dell'epoca moderna?Probabilmente, la risposta definitiva arriverà solo quando Pogačar avrà finito di correre, però possiamo avanzare un'ipotesi.

Se vincerà anche la Vuelta e se riuscirà a mantenere questo livello (e la motivazione) ancora per un paio di stagioni, il confronto con Merckx smetterà progressivamente di essere una provocazione e diventerà una discussione statistica.

Il vero paradosso sarà che potremmo assistere alla carriera del più grande ciclista di sempre e, nello stesso momento, desiderare che qualcuno riesca finalmente a batterlo.

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